Mercoledì 17 agosto 2011
In una recente intervista Riccardo Muti affermava che il direttore d’orchestra deve essere un buon regista. Un ruolo difficile. “Oggi si comincia a dirigere a 22 anni senza aver fatto gli studi necessari, senza una preparazione teatrale, senza capire che ogni accordo ha un peso, un colore, un accento”.
Convinto che la fretta è nemica della musica, col suo entusiasmo contagioso, Lanfranco Marcelletti ha concluso il corso di perfezionamento per giovani aspiranti al podio. Il paziente lavoro su queste aspiranti “bacchette” si è svolto nella prestigiosa sede di Palazzo Gasparini, a Mercatello. E la serata conclusiva di “Musica&Musica” è stata una festa, protagonisti i sei partecipanti allo stage. Ciascuno di loro è stato chiamato, a rotazione, a dirigere l’Orchestra Sinfonica Rossini di Pesaro, nell’esecuzione di brani ricercati come le brevissime “Miniatures” di Stravinskij o due brani orchestrali dalla “Carmen”. Palese l’intento di sperimentare e approfondire. Per il resto, la scelta è caduta su un repertorio più classico e, diciamo così, ascoltabile.
Una sola italiana sul podio, Barbara Cherubini, cui è stato affidato anche, in apertura, l’inno di Mameli. Uno statunitense, Gregory Tufts, lo svedese Andreas Eriksson e ben tre brasiliani: Ricardo de Sousa Castro, André Teixeira Brant e Sergei Eleazar de Carvalho.
Ricardo de Sousa Castro ha ricreato la sprizzante inventiva giovanile di un Rossini, l’ouverture de “Il Signor Bruschino”, che scandalizzò il pubblico per i curiosi effetti introdotti nella partitura e per il caratteristico percuotere ritmico degli archi dei violini sul leggìo. Nello stile dell’ouverture italiana è anche la n.32 K318 di Mozart, in cui Sergei Eleazar de Carvalho si è destreggiato fra crescendi e diminuendi, seguendo la struttura eccezionalmente senza pause per una sinfonia settecentesca, cercando di calibrare i variati impasti fra archi e fiati. Un gioiello, le “Danze popolari rumene” di Béla Bartòk diretta da de Suosa Castro, frutto di una trascrizione da temi per pianoforte. Per l’appunto il pianoforte è stato lo strumento su cui Marcelletti ha lavorato sei-sette ore al giorno coi sui allievi. La lucentezza delle melodie fonde il genio sinfonico del compositore ungherese coi richiami alla sensibilità e al sentimento proprio del folclore.
La Chiesa di San Francesco viene infine invasa dalle grandi e vigorose pennellate dell’allegro con brio della Seconda Sinfonia di Beethoven. La splendida espressività di questo primo tempo è affidata all’ampiezza dei gesti, molto sicuri e incisivi, di André Texeira Brant. Nel quarto movimento (allegro molto) lo svedese Eriksson attacca con un’impennata che si distende in un tema cantabile e valorizza il gioco di contrasti che ne segue.
Grande entusiasmo nella chiesa gremita, in un clima di passione per la musica e simpatia nei confronti di questi coraggiosi, giovanissimi direttori. Soddisfazione per Marcelletti e premi per tutti. Totale la disponibilità dell’orchestra, abituata già a palcoscenici importanti, di fronte a dei novizi cui hanno mostrato rispetto e attenzione. Questi ultimi, per imparare che il direttore deve essere un despota illuminato, avranno tempo.
Marcello Turchi
